Quando pronuncio questa frase in un bar o la lancio come titolo sui social appare subito una scintilla: riconoscimento, un pizzico di orgoglio, e talvolta un sussulto di disagio. Psychologists Say People Born in the 1960s and 1970s Learned Resilience Before It Had a Name non è solo un etichetta da clic. È una lente per guardare come certe generazioni si sono costruite una capacità di tenuta che oggi sembra poco comune. Io l’ho vista nei vicoli delle città italiane e nelle case che profumavano di detersivo diluito e di pane appena fatto.
Una definizione che non riempie schede ma sposta il punto di vista
La resilienza non è un trofeo che si sfoggia né una lista di azioni perfette. È una specie di mestiere pratico: apprendere a rimettere in piedi ciò che si rompe, saper aspettare che le cose migliorino senza lanciare lamento, trovare un modo per fare con quello che c’è. Psychologists Say People Born in the 1960s and 1970s Learned Resilience Before It Had a Name riassume questo stato di fatto senza filmare l’intera storia. Non spiega le ferite, ma illumina le risposte. E quelle risposte spesso nascono in luoghi che oggi non frequentiamo più, dalle sale d’aspetto dei dottori ai cortili dove ci si raccontava la vita in fretta e senza filtri.
La normalità come scuola
Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha fatto esperienza di routine senza cura di influencer. Le giornate avevano tempi fissi. I pomeriggi non avevano sempre un dispositivo che interrompeva la noia. Quelle mancanze hanno permesso di esercitare una capacità che oggi si chiama resilienza. Il punto non è che fosse tutto bello. Spesso non lo era. Ma la ripetizione delle stagioni, delle riunioni di famiglia, di dover aspettare una telefonata ha insegnato la pazienza come disciplina pratica, non come comando morale.
Perché la generazione precedente appare così solida
Mettiamo a fuoco tre meccanismi che ricorrono nelle vite di quegli anni e che secondo la letteratura psicologica costruiscono tenuta.
Pratica del riparare
Non c’era l’usanza di buttare e ricomprare a ogni minimo difetto. Un capo rattoppato, un elettrodomestico aggiustato in garage, un mobile rinfoderato con stoffe di recupero. La riparazione insegna a convivere con l’imperfezione e a interpretare i limiti come opportunità di soluzione. Non è romanticismo. È allenamento cognitivo alla soluzione di problemi con risorse limitate.
Comunità visibile
La rete sociale era fatta di vicini che si conoscevano per nome e di relazioni che non erano mediate da schermi. Quando succedeva qualcosa di grosso si vedeva la pratica del sostegno collettivo. Le crisi non venivano vissute da soli su uno sfondo digitale; si faceva la fila alla mensa della parrocchia o si scendeva in strada per spiegare cosa stava succedendo. Questa abitudine a rispondere insieme rafforza la capacità individuale di resistere perché la resistenza è spesso una risposta collettiva prima ancora che personale.
Tolleranza alla noia e al disagio
La vita offriva momenti lunghi e vuoti che non venivano riempiti con app. Imparare a non fuggire da una sensazione di vuoto ha effetti sulla mente. La tolleranza alla frustrazione e la capacità di attendere sono ingredienti della resilienza. Non esistere sempre in modalità urgenza riduce la probabilità di reagire male quando la vera urgenza arriva.
Resilience is not a personality trait. Ann S. Masten Regents Professor of Child Development University of Minnesota.
Questa osservazione di Ann Masten non è una citazione decorativa. Riporta al centro l’idea che la resilienza è un ordine di processi che si costruiscono dentro e fuori le persone. È utile ricordarlo perché molti racconti pubblici oggi la presentano come proprietà innata di pochi eletti. Non è così.
Qualcosa che abbiamo perso e qualcosa che possiamo riprendere
Non amo i resoconti nostalgici che fanno del passato un Eden. Gli anni 60 e 70 hanno avuto problemi enormi e ingiustizie profonde. Però c’è un’eredità pratica che è evaporata con la digitalizzazione totale: la necessità di arrangiarsi, il confronto diretto, il tempo lungo. Queste non sono virtù da museo. Sono abilità recuperabili.
Non dico che tutti i nati in quegli anni siano indistruttibili. Ci sono fratture, traumi e ferite che non si rimarginano semplicemente con un buon consiglio. Ma c’è un tratto ricorrente che si nota quando guardi come molte persone di quella generazione affrontano le avversità. Attivano risorse locali. Rispondono prima di delegare. Preferiscono il gesto concreto al verbo performativo.
Un parere personale breve
Ho chiesto più volte a amici nati in quegli anni perché, quando la vita si fa dura, sembrano meno inclini al panico digitale. La risposta che ho trovato più sincera è semplice: sono stati costretti a imparare. E imparare in fretta quando non c’è una app che risolve. Questo non li rende superiori moralmente. Li rende operativi. Io credo che il modello che dovremmo adottare non è imitare il passato nella forma ma recuperare il suo sostrato funzionale.
Perché questo argomento interessa oggi
Viviamo in un’epoca che premia la rapidità ma penalizza la profondità. Le competenze di cui parliamo sono antidoti parziali contro una fragilità che nasce dall’illusione di controllo. Capire che Psychologists Say People Born in the 1960s and 1970s Learned Resilience Before It Had a Name è un modo per riconoscere che certe abilità si trasmettono attraverso pratiche quotidiane ci aiuta a immaginare come ricostruirle in contesti nuovi.
Conclusione
Non c’è una ricetta magica. C’è una geografia di comportamenti che possiamo osservare e provare a reintrodurre nelle nostre vite. Qualcosa di semplice e traduttibile: meno fuga dall’inconveniente più tentativo di sistemarlo. Più relazioni visibili e meno soluzioni in outsourcing. Più tempo per abituarsi al vuoto prima di riempirlo di stimoli. E poi la consapevolezza che la resilienza è fatta di elementi ordinari e collettivi non di doti esclusive.
| Idea chiave | Perché conta |
|---|---|
| Riparare prima di sostituire | Allena problem solving con risorse limitate |
| Comunità visibile | Fornisce supporto reale e pratica collettiva della cura |
| Tolleranza alla noia | Riduce la reattività emotiva e favorisce introspezione |
| Resilienza come processo | Consente interventi mirati e pratiche quotidiane |
FAQ
Come si capisce se la resilienza di una persona è autentica o solo posturing?
La resilienza autentica si vede nel comportamento ripetuto durante le difficoltà. Chi monta soluzioni concrete e mantiene relazioni di supporto dimostra una resilienza pratica. L’apparenza si misura in like e dichiarazioni. L’autenticità si misura nella coerenza delle azioni nel tempo. Osservare come una persona risponde a piccoli problemi quotidiani è spesso più rivelatore che ascoltare grandi discorsi motivazionali.
È possibile acquisire questa forma di resilienza in età adulta?
Sì ma non come si scarica un pacchetto. È un allenamento che richiede esposizione a situazioni che non si risolvono subito, pratica nel mantenere relazioni reali e una scelta consapevole di tollerare l’inconforto. Si tratta di costruire abitudini concrete più che di incoraggiamento verbale. È un lavoro lento ma trasformativo.
Non c’è il rischio di idealizzare la sofferenza come fonte di forza?
Assolutamente. La sofferenza non è una scuola ideale. Ciò che conta è distinguere tra esposizione inevitabile e danno evitabile. La resilienza utile deriva da sfide gestibili e da reti di supporto che permettono recupero. La retorica della sofferenza eroica spesso nasconde negligenza o mancanza di risorse.
Che ruolo hanno le istituzioni nel favorire la resilienza collettiva?
Un ruolo cruciale. Scuole, servizi locali, spazi di incontro e politiche che favoriscono reti di cura moltiplicano la capacità di adattamento. La resilienza non è solo personale. È distribuita. Le istituzioni possono costruire l’ambiente in cui le pratiche quotidiane siano possibili e sostenute.
Quale primo passo pratico suggeriresti per chi vuole riprendere queste abitudini?
Inizia con qualcosa di concreto e visibile. Ripara un oggetto invece di sostituirlo. Organizza una cena con qualcuno che vive vicino. Prenditi dieci minuti al giorno senza schermo per stare con un pensiero. Sono atti banali ma significativi perché ritmano il comportamento e riabituano il corpo e la mente a gestire l’attesa e l’imperfezione.