La ricerca sullorigine delle piramidi non smette di provocare stupore e discussione. Una recente indagine interdisciplinare sul complesso di Djoser a Saqqara propone che gli antichi ingegneri egiziani non si siano limitati a rampe e forza umana ma avessero messo a punto una rete idraulica complessa capace di sollevare blocchi di pietra come fossero zattere galleggianti. La notizia è stata accolta con entusiasmo da alcuni ricercatori e con scetticismo da altri. Io, che seguo da anni questi temi, non credo che tutto venga riscritto domani, ma la prospettiva cambia la nostra immagine degli ideatori delle piramidi: persone che progettavano sistemi su scala territoriale e sottomano scientifica.
Un dossier nato dal paesaggio e non da un laboratorio
I protagonisti dello studio non sono soltanto archeologi. Hydrologi, geologi, specialisti di immagini satellitari e modellatori 3D hanno raccolto dati sul comprensorio intorno alla piana di Saqqara e hanno ricostruito una fitta serie di canali, vasche di sedimentazione e condotti che collegavano la grande recinzione nota come Gisr el Mudir alla base della piramide a gradoni. La tesi principale è semplice nellidea ma poderosa nelle conseguenze: trattenere e convogliare acqua, accumularla e poi sfruttarla come mezzo di sollevamento verticale.
Come funzionerebbe il sistema
Secondo il modello proposto lenergia idraulica veniva catturata in bacini naturali e artificiali a ovest del complesso. Attraverso una serie di camere di decantazione lacqua veniva pulita dagli apporti solidi e poi incanalata verso profonde cavità verticali interne al complesso funerario. Aprendo e chiudendo apposite chiuse si potevano creare differenze di quota che sollevavano piattaforme galleggianti cariche di pietre. I ricercatori hanno stimato che un tale meccanismo avrebbe potuto sollevare carichi molto superiori a quelli che gli storici pensavano possibili solo con sistemi puramente meccanici.
“It was by following the thread of the water that we gradually understood the meaning of those structures and built up an understanding of the whole.” Xavier Landreau Ricercatore Paleotechnic.
Questa citazione sintetizza il cambio di prospettiva. Non è uno scatto teorico isolato ma il frutto di analisi topografiche e di ricostruzioni idrologiche che mettono in relazione elementi disseminati nel paesaggio archeologico.
Perché questa teoria è disturbante per alcune certezze consolidate
Lidea di usare lacqua come forza motrice in cantieri monumentali infrange due abitudini della disciplina: la prima è la tendenza a spiegare la costruzione solo con il lavoro umano e gli strumenti semplici; la seconda è lattitudine a leggere la piana di Saqqara come un palcoscenico statico, non come una infrastruttura idraulica dinamica. Alcuni eminenti egittologi mettono in dubbio la disponibilità sufficiente di acqua in quel periodo e ricordano che molte interpretazioni si fondano su sensori e modelli che possono essere viziati da assunzioni moderne.
“There is not one single piece of evidence that I saw in my excavation to prove that it was a dam.” Zahi Hawass Egittologo indipendente ex Ministro delle Antichità egizie.
La replica è netta e ci ricorda che la scienza storica rimane confronto. Nonostante questo, alcune immagini radar e rilevazioni sotterranee sembrano mostrare strutture anomale che si prestano bene allinterpretazione di sistemi di regolazione dellacqua.
Non tutto torna e non tutto deve tornare
Mi piace che la proposta non pretende di annullare altre tecniche. È plausibile che rampe, leve e forza coordinata abbiano convissuto con stratagemmi idraulici. Le piramidi non sono state costruite in un singolo giorno o con una sola soluzione tecnologica. Lidea provocatoria è che gli antichi pensassero in termini modulari: quando il paesaggio offriva acqua la usavano, quando non ce nera impiegavano altre risorse. Non è una spiegazione totalizzante ma un tassello che cambia il mosaico.
Elementi che meritano approfondimento
Prima osservazione: la disponibilità di acqua. Le stime climatiche del periodo che risalgono a oltre quattromila anni fa non sono definitive. Rimanere rigidi sulle quantità idriche è un errore metodologico. Occorre invece integrare dati di paleoclimatologia locali con prove materiali dalla stratigrafia delle vasche di decantazione.
Seconda osservazione: il meccanismo di sollevamento. I modelli idraulici mostrano che con giuste chiuse e piattaforme la spinta può essere calibrata con precisione. Rimane da dimostrare la presenza fisica di elementi tipo chiusini o di legno strutturato adatto a galleggiare sotto carichi enormi. Alcuni ritrovamenti di listelli lignei e incastri in contesti vicini possono essere letti come indicazioni, ma non sono conclusivi.
Terza osservazione: la dimensione organizzativa. Usare lacqua su larga scala implica progettazione collettiva e competenze tecniche distribuite. Questo sposta lattenzione dalla figura dellarchitetto intelligente a quella di una comunità di tecnici che progettava paesaggi operativi. Per me questa è la parte più affascinante: la tecnologia come pratica sociale e non come meraviglia individuale.
Osservazioni personali e qualche scommessa
Confesso di provare una sorta di piacere nel pensare che i costruttori delle piramidi sapessero dialogare con lacqua e con il terreno. Mettere insieme ingegneria idraulica e architettura funeraria significa pensare a strategie di potere che investono il paesaggio. Se confermata, la tesi rimetterebbe in gioco i confini tra arte, scienza e amministrazione nel mondo antico.
Tuttavia resto scettico su alcune stime sul volume dacqua disponibile che suonano ottimistiche. Preferisco che la discussione rimanga aperta e che nuove indagini stratigrafiche e scavi mirati chiariscano dettagli tecnici piuttosto che crogiolarsi in modelli astratti che suonano bene nelle immagini 3D ma potrebbero essere fragili sul campo.
Perché questa ricerca importa davvero
Non perché riscriva da sola la storia delle piramidi ma perché introduce domande nuove: come progettavano i paesaggi? Quanto la tecnologia idraulica era integrata nelle pratiche rituali? Quante altre strutture nel mondo antico nascondono sistemi che abbiamo banalmente interpretato come muri o recinti? Quando il dato materiale e quello ambientale vengono messi in dialogo emergono storie complesse che non possono essere spiegate con un solo schema interpretativo.
Una conclusione provvisoria
La proposta che gli Egizi abbiano usato un sistema idraulico ad alta tecnologia per costruire la piramide a gradoni è convincente quanto provocatoria. Non tutti gli elementi sono provati e la comunità scientifica farà quel che deve: verificare, replicare, discutere. Nel frattempo spero che la notizia spinga a nuove campagne di scavo e a una maggiore interdisciplinarità. Io la leggo come uninvito: guardiamo il paesaggio con occhi meno frettolosi e più curiosi.
Tabella di sintesi
| Idea chiave | Implicazione |
|---|---|
| Rete di bacini e canali | Possibile raccolta e gestione dellacqua su scala territoriale |
| Gisr el Mudir come check dam | Struttura paesaggistica per sedimenzazione e accumulo |
| Due grandi pozzi e condotti interni | Mezzo per creare sollevamento idrico interno |
| Coesistenza di tecniche | Rampe leve e idraulica utilizzate in combinazione |
| Domande aperte | Disponibilità di acqua reale e prove materiali dei meccanismi di chiusura |
FAQ
1. Questo significa che le piramidi non sono state costruite da schiavi?
La nuova interpretazione non risponde direttamente a quella domanda. Le fonti storiche e le evidenze osteologiche e documentarie indicano che grandi progetti monumentali mobilitavano lavoro organizzato e salariato spesso stagionale. Luso di tecniche idrauliche non esclude forme di lavoro oneroso ma suggerisce la presenza di personale specializzato e di una logistica complessa. In altre parole cambia la natura delle competenze richieste ma non annulla le dinamiche sociali di grande impiego di manodopera.
2. La teoria vale per tutte le piramidi egizie?
Non necessariamente. Lo studio riguarda il complesso di Djoser a Saqqara e le condizioni locali di quel sito. Altre piramidi, specie quelle più tarde o situate in contesti geomorfologici differenti, potrebbero aver utilizzato tecniche diverse. La lezione principale è metodologica: non dare per scontato che una tecnica unica valga per tutti i casi.
3. Quali prove servono per confermare definitivamente luso di un sollevatore idraulico?
Si cercherebbero resti materiali di chiuse o di sistemi di imbarcazioni interne, evidenze di elementi lignei progettati per galleggiare sotto carichi pesanti, tracce di usura compatibili con movimento regolare di piattaforme e misure stratigrafiche che attestino la presenza storica di corpi dacqua con volumi coerenti alle stime. Inoltre indagini paleoambientali più dettagliate sul bacino a ovest fornirebbero la cornice climatica necessaria.
4. Questa ricerca ha ripercussioni su altre discipline?
Sì. Se confermata, lammissione che comunità antiche sfruttassero infrastrutture idrauliche complesse apre connessioni con studi di ingegneria storica, gestione delle risorse, archeologia dellinnovazione e antropologia del paesaggio. Si tratta di capire come le tecnologie plasmano le pratiche sociali e viceversa.
5. Dove posso leggere lo studio originale?
Lo studio e le relative ricostruzioni sono pubblicati su una rivista scientifica peer reviewed e accompagnati da articoli divulgativi che riassumono i metodi e le mappe del paesaggio. Per approfondire conviene consultare direttamente la pubblicazione e i lavori successivi di verifica.