Ho imparato a riconoscerlo nelle pause dei pranzi di famiglia e nelle riunioni che si prolungano senza motivo. Il segnale psicologico del spiegare troppo le cose semplici è una specie di tic della comunicazione che racconta più della nostra paura che della nostra volontà di chiarire. Questo testo non pretende di essere una ricetta magica; invece prova a restituire lo sguardo su un comportamento che fa rumore e che spesso maschera altro.
Cosè quel bisogno di aggiungere parole quando basterebbe una frase
Non è solo il desiderio di essere chiari. Spesso chi spiega troppo sta tentando di negoziare qualcosa che non sa mettere a voce ferma: sicurezza, accettazione, controllo. In tutte le conversazioni in cui ho visto l’overexplaining emerge, c’è un filo comune: tensione interna. Non serve strafare per risultare convincente; il paradosso è che più parole fai, meno peso assumono le tue idee.
La grammatica della difesa
Parlare tanto diventa una forma di armatura. Invece di dire semplicemente no, si giustifica. Invece di chiedere aiuto, si spiega per dimostrare di avere ragioni. Quel movimento linguistico ha una funzione evidente: prevenire il contrattacco emotivo. Ma ha anche un costo invisibile che vale la pena guardare.
“I give myself permission to be misunderstood. That’s the hardest thing for me. But when I do, it frees me from the prison of over explaining and chasing approval.” — Brené Brown, research professor, University of Houston.
La citazione è in inglese perché la formula stessa della ricercatrice conserva un ritmo che, tradotto, rischia di perdere il morso. Ma il senso è chiaro: smettere di spiegare tutto è un atto di libertà, non un vezzo.
Perché spieghiamo troppo. Tre leve nascoste
Non esiste una sola causa. Ci sono più leve che si attivano insieme. Primo: paura di essere giudicati. Secondo: bisogno di controllo sulla narrazione. Terzo: un’abitudine appresa in contesti dove il silenzio era pericoloso. Tutte e tre lavorano come fili invisibili che ci tirano verso le spiegazioni lunghe e spesso inutili.
Paura di vuoto e di fraintendimento
Il vuoto nella conversazione spaventa. La maggior parte di noi preferisce riempirlo. Ma il riempimento è spesso sterpaglia verbale. Il vero effetto collaterale non è che non veniamo capiti, ma che perdiamo autorità: l’ascoltatore comincia a leggere dubbio dove non ce n’è.
La comunicazione come valuta sociale
In molte situazioni sociali spieghiamo per comprare approvazione. Questo è un meccanismo economico primitivo: se non dimostriamo che le nostre scelte hanno ragioni, temiamo che il gruppo ritiri la fiducia. Ma oggi il gruppo è spesso immaginario e la moneta rimane virtuale. La spesa di parole diventa quindi un investimento sbagliato.
Un esempio concreto
Immagina una mail di lavoro in cui aggiungi tre paragrafi di spiegazione sul perché non partecipi a una riunione. Il destinatario legge la prima frase e sa già la risposta. Il resto suona come difesa. Ciò che voleva essere trasparenza diventa un indice di insicurezza. Non è un gioco di apparizioni: è percezione. E la percezione governa le carriere e le relazioni più di quanto ammettiamo.
Strategie reali, non banalità
Non ti dirò di diventare scontroso. Dire la verità con poche parole richiede pratica e scelta. La prima mossa è imparare a tollerare il vuoto. La seconda è distinguere chiarezza da giustificazione. Se la tua intenzione è informare, poche parole bastano. Se la tua intenzione è negoziare fiducia, allora devi scegliere strumenti diversi dalla spiegazione continua: prendere postura, nominare il disagio, chiedere feedback.
Per gli ascoltatori
Se sei dall’altra parte del tavolo, smettila di riempire i silenzi con richieste di ulteriori chiarimenti. Fidati di un no spiegato e offri spazio. Spesso la cultura conversazionale chiede prove dove non servono. Sii quello che interrompe la spirale.
Quando lo spiegare troppo nasconde altro
Ci sono casi in cui l’argomentazione eccessiva maschera colpe vere o desideri non detti. Il lettore attento lo capisce subito: la narrazione ripete le stesse giustificazioni, come un vinile graffiato. Qui non è solo questione di stile; è una questione di integrità comunicativa. L’analisi psicologica ci dice che l’overexplaining è spesso un sintomo non un problema primario.
Lasciare qualcosa in sospeso
Una verità scomoda: non bisogna spiegare tutto. Alcune cose vanno lasciate incomplete per vedere chi resta. Non è crudele; è selettivo. La selezione protegge tempo ed energia. E funziona meglio di mille note a margine.
Prova pratica per una settimana
Sperimenta questo: in una conversazione quotidiana fermati dopo la prima frase chiarificatrice e aspetta. Conta fino a cinque prima di aggiungere altro. Vedrai accadere due cose: alcuni riaffermano interesse e ti chiedono maggiori dettagli; altri non lo fanno. La differenza è rivelatrice. Non tutto va rivendicato. A volte il silenzio risponde meglio di una lettera di difesa.
Conclusione provvisoria
Il segnale psicologico del spiegare troppo le cose semplici è una mappa. Leggendola scopri dove la tua fiducia è fragile e dove hai costruito abitudini comunicative inutili. La sfida non è diventare criptici; è scegliere il proprio linguaggio con meno paura. Non ti assicuro che sia facile ma posso garantire che vale la pena provare.
Tabella riassuntiva
Elemento — Che cosa rivela — Come cambiarlo
Spiegazioni lunghe — segnale di insicurezza — praticare frasi concise e tollerare pause.
Giustificazioni ripetute — bisogno di approvazione — nominare il bisogno e chiedere feedback diretto.
Riempire i vuoti — paura del silenzio — contare fino a cinque prima di parlare e osservare le reazioni.
Overexplaining nelle mail — protezione e controllo — scrivere prima la frase centrale e cancellare tutto il resto che non aggiunge valore.
FAQ
Perché mi viene da spiegare tutto anche quando non serve?
La radice spesso è emotiva: paura del giudizio, abitudine appresa, o la sensazione che il tuo posto debba essere guadagnato. Spiegare diventa un gesto di negoziazione continua. Capire la causa ti aiuta a scegliere strategie concrete come limitare le parole o chiedere direttamente cosa l’altro vuole sapere.
Come distinguere una spiegazione utile da una che indebolisce?
Se la spiegazione aggiunge informazione nuova e necessaria va bene. Se invece ripete ragioni già note rischia di suonare come dubbio. Un criterio pratico è chiedersi: questa frase risolve un dubbio immediato o lo crea? Se crea dubbi non serve.
Come reagire quando qualcun altro spiega troppo e io sono stanco?
Puoi interrompere con gentilezza e offrire una sintesi: grazie per il dettaglio per me il punto centrale è questo. Così indirizzi la conversazione verso chiarezza senza fare la spia di corte.
Può l’overexplaining essere utile in qualche contesto?
Sì. In ambiti tecnici o legali dove la precisione è vitale, dettagli lunghi sono necessari. Il problema nasce quando quel registro invade le relazioni emotive quotidiane. Contestualizzare è tutto.
Quanto tempo ci vuole per cambiare l’abitudine?
Dipende. Alcune persone notano miglioramenti in pochi giorni con esercizi di pausa e sintesi. Per altri è una trasformazione che richiede mesi perché tocca autostima e vecchi modelli. L’importante è praticare con compassione e misurare piccoli progressi.