Ho iniziato a notare qualcosa di strano nelle riunioni che seguo come osservatore distratto e come partecipante irrequieto. Certe persone, dopo aver spiegato un punto complesso, chiudono con un sospiro e lanciano la domanda Did that make sense. Per anni ho sentito questa frase bollata come imbarazzante o debole. Ma quando ho cominciato a guardare la scena senza pregiudizi ho visto l opposto. Non è un cedimento: è una scelta deliberata. In questo pezzo provo a spiegare perché chiedere Did that make sense è spesso un atto di sicurezza comunicativa e di leadership e non l ammissione di incompetenza che tanti vogliono farne.
Un gesto piccolo che smonta illusioni grandi
La reazione tipica dei commentatori di stile sul linguaggio aziendale è prevedibile. C è chi dice che frasi simili suonino condiscendenti e chi suggerisce alternative più ornate. Ho letto decine di articoli che invitano a eliminare quel tipo di domanda. Eppure nella realtà quotidiana la domanda funziona quando è vera, corta e sincera. Ripeterla come un mantra per paura di sembrare inadeguati è un altra cosa. L osservazione importante è riconoscere il contesto e l intenzione dietro la domanda.
Non è il fraseggio che conta ma la responsabilità che lo sottende
Quando qualcuno chiede Did that make sense dopo aver presentato una proposta difficile sta facendo due cose contemporanee. Prima prende la responsabilità della chiarezza. Secondo invita all azione conversazionale: non pretende che l ascoltatore confermi passivamente ma apre lo spazio perché dica dove non ha capito. È una richiesta di rispetto verso il processo cognitivo dell altro.
Perché la domanda appare sicura
La sicurezza non è l assenza di dubbi ma la capacità di gestirli. Chiedere Did that make sense è un modo per trasformare un dubbio individuale in un impegno collettivo. Perché chi guida sa che la comprensione è condivisa. Non è un cedimento; è una mossa tattica. Ti espongo un argomento complesso e ti do la possibilità di toccarlo con mano. Se non lo tocchi non possiamo costruire nulla insieme.
La fiducia alla prova dell interazione
In un incontro vero la domanda mette in gioco la relazione. Se sei sicuro del contenuto e della tua posizione non temi che qualcuno chieda chiarimenti. Al contrario chi è nervoso spesso cerca di liquidare la discussione con frasi che suonano definitive e invece nascondono insicurezza. Chiedere Did that make sense mostra invece una convinzione sottile: io voglio che la cosa sia capita perché voglio che produca effetti.
Contrappunto esperto
“If somebody says Was that clear Was that make any sense it also sounds like they are questioning their own ability to be clear.”
Jay Sullivan communications expert and author of Simply Said.
Non ignoro questa critica. Jay Sullivan ha ragione a mettere in guardia dall uso automatico della frase. Ma la citazione ha un peso diverso se la si mette accanto all osservazione pratica: è l uso che determina il valore. Sullivan ci aiuta a capire quando la domanda diventa problema. Il punto però è che criticare la frase in assoluto spesso non considera come la domanda venga impiegata in contesti di fedeltà collettiva e responsabilità.
Quando la domanda diventa autentica e quando no
Autentica significa che l interlocutore è pronto a fermarsi e riformulare. Inautentica significa che la domanda chiude la porta: pochi secondi di attesa e poi si passa oltre come se nulla fosse. La vera forza di Did that make sense sta in ciò che segue. È un apertura concreta quando hai il tempo e la pazienza di ascoltare la risposta.
Non tutte le domande sono uguali
Ci sono varianti più efficaci. Domande che specificano il tipo di feedback richiesto producono risultati maggiori. Ma anche la forma semplice ha valore se pronunziata con rispetto e con la reale intenzione di modificare il proprio discorso in base al riscontro ricevuto.
Un paradosso produttivo
Paradossalmente le persone più sicure spesso fanno domande che sembrano umili. La domanda Did that make sense in bocca a un leader forte non è umiliare. È pratica di controllo qualità cognitiva. Molti leader di successo non temono che una domanda sveli una lacuna. Lavorano perché la lacuna sia colmata subito, non dopo che qualcuno l abbia mascherata con falsa comprensione.
La dimensione culturale
In Italia la retorica dell autorità soffre di complessi che la rendono a volte poco trasparente. Dire Did that make sense può quindi avere un valore in più: rompe il rito della conferma automatica e crea un momento di verifica condivisa. Non è sempre elegante ma spesso è efficace.
Come praticarla senza sembrare incerti
Primo. Fai seguire la domanda da un attimo di silenzio vero. Secondo. Offri un esempio di riformulazione e chiedi agli altri di ripetere la loro comprensione. Terzo. Usa la domanda come segnale di apertura non come rifugio retorico. Questi accorgimenti trasformano la frase da tic in strumento.
Conclusione parziale e non definitiva
Non dico che la frase sia sacra. Dico che il suo significato dipende da chi la pronuncia e da cosa vuole ottenere. In molti contesti è un segnale di sicurezza e responsabilità. In altri diventa un rituale vuoto. La scelta è sempre politica: scegliere la chiarezza o scegliere la posa. Io scelgo la chiarezza, e trovo che molte persone dotate di reale fiducia fanno lo stesso.
Tabella riepilogativa
| Comportamento | Quando indica sicurezza | Quando indica insicurezza |
|---|---|---|
| Chiedere Did that make sense | Se segue una pausa e si ascolta la risposta. | Se è usata per chiudere la discussione senza ascoltare. |
| Richiedere riformulazione | Impegna tutti e previene fraintendimenti. | Se è simbolica e non porta cambiamento. |
| Offrire chiarimenti immediati | Dimostra controllo del contenuto e cura della relazione. | Se diventa giustificazione difensiva. |
FAQ
1. Chiedere Did that make sense fa sembrare meno sicuri i relatori?
Non necessariamente. L effetto dipende dall intenzione e dall azione che segue la domanda. Se un relatore ascolta e riformula quando serve allora la domanda rafforza la sua autorevolezza. Se invece la domanda è retorica e non porta a chiarimenti allora il rischio di apparire insicuri aumenta.
2. Esistono alternative migliori alla domanda?
Sì. Domande che specificano il tipo di feedback voluto sono spesso più produttive. Per esempio chiedere Quale parte ti è rimasta meno chiara oppure Puoi spiegare con parole tue cosa hai capito porta risposte più utili. Però la forma semplice mantiene valore pratico quando è seguita da disponibilità reale a cambiare il contenuto.
3. Come insegnare ai team a usare questa domanda in modo efficace?
Incoraggiando brevi pratiche di riformulazione e creando un ambiente in cui l errore di comprensione non è stigmatizzato. Esercizi di role play e pause deliberate nelle riunioni aiutano a trasformare la domanda in strumento operativo piuttosto che in tic nervoso.
4. La domanda funziona nello scambio one to one così come nelle presentazioni di massa?
Funziona in entrambi i casi ma con modalità diverse. In un contesto ristretto è possibile aspettare risposte dettagliate. In una presentazione ampia la domanda può essere segnale per aprire una chat di domande o per invitare a interventi successivi più mirati. L adattamento al formato è cruciale.
5. È vero che alcuni esperti sconsigliano la frase?
Sì. Esperti come Jay Sullivan mettono in guardia dall uso automatico della frase perché può suonare come ammissione di inadeguatezza. È un monito utile. Ma sostituire la domanda in modo ossessivo senza curare la qualità dell ascolto non risolve il problema della comprensione.
6. Come influenza la domanda la cultura aziendale?
In aziende che valorizzano l ascolto la domanda rafforza un clima di responsabilità condivisa. In contesti dove prevale la gerarchia la stessa domanda può essere percepita come debolezza. Il punto è che il linguaggio lavora insieme alle pratiche e non vive da solo.
Se vuoi provo a tradurre questi suggerimenti in uno script pratico per la tua prossima riunione. Dimmi il contesto e lo faccio in due minuti.