La frase che svela chi reprime un trauma infantile e perché molti la scambiano per normalità

Sono psicologo e ascolto frasi da venti anni. Alcune sono innocue altre sono segnali di allarme mascherati. Cè una frase che incontro con una frequenza che mi irrita e mi commuove allo stesso tempo. Non è teatralmente tragica. Non è una confessione clamorosa. È una battuta che scivola via. È quella frase che spesso indica che un dolore dellinfanzia è stato riposto in cantina e tappato con altro senso di sé.

La frase tipica di chi reprime traumi infantili

La frase tipica di chi reprime traumi infantili suona spesso così: io non ricordo nulla di importante della mia infanzia. La dicono con leggerezza. La dicono come si dice che non si ama il caffè. Dietro però cè un regime di sopravvivenza psichica che ha bisogno di silenzio per funzionare.

Non è soltanto dimenticanza

Dimenticare dettagli è umano. Reprimere significa che certi eventi e soprattutto certe emozioni sono stati posti fuori dalla consapevolezza perché troppo pericolosi per il bambino che li ha vissuti. Non sto dicendo che chi pronuncia quella frase sia automaticamente vittima di violenze terribili. Molti traumi non sono eventi unici e spettacolari ma un tessuto quotidiano di piccole ferite che forma un habitus interiore. Quando qualcuno dice non ricordo niente spesso sta manifestando una strategia antica che gli ha permesso di sopravvivere ma che ora limita la capacità di sentire e collegarsi.

Come riconoscerla senza diventare invasivi

Il rischio più grande è interpretare ogni vuoto di memoria come un segnale catastrofico. Io cerco di sentire il tono. È una constatazione secca o un riflesso difensivo? Spesso questa frase arriva insieme ad altre piccole negazioni. La persona minimizza sentimenti scomodi. Riduce la propria esperienza. È un menu invisibile di rinunce quotidiane. Si affronta questo non con indagini forensi ma con curiosità rispettosa e paziente.

Un esempio che non spiega tutto

Una paziente diceva non ricordo quasi nulla e sorrideva come per dimostrare che non era un problema. Le sue relazioni erano costellate da sfiducia e distanze. È curioso come la negazione della memoria crei spazio per comportamenti che sembrano spesso irrazionali ma hanno una spiegazione logica: mantenere il controllo emotivo per non essere travolti.

Perché questa frase fa male a sé e agli altri

Quando qualcuno ripone pezzi di storia in un cassetto ciò che resta non è solo assenza ma un ritmo alterato delle emozioni. Affetti che dovrebbero essere pieni diventano appena accennati. La frase non ricordo nulla diventa il nome di un copione che dice non sarò visto veramente. Questo non è un giudizio morale. È un fatto empirico osservabile nelle relazioni intime e professionali. Chi reprime tende a replicare la dinamica del silenzio con i propri figli o partner senza rendersene conto.

Non tutti i segni sono visibili

Ci sono persone con carriere brillanti che pronunciano la frase e sembrano funzionare perfettamente nel mondo esterno. Questo è il punto cruciale. La repressione non sempre distrugge la vita. A volte la modella silenziosamente. Credevo per anni che il buon funzionamento fosse sinonimo di salute. Mi sbagliavo. Il funzionamento può essere un camuffamento sofisticato.

La repressione e lanegazione della sofferenza infantile sono spesso strumenti di sopravvivenza che poi condizionano lintera esistenza. For twenty years I observed people denying their childhood traumas idealising their parents and resisting the truth about their childhood by any means. Alice Miller Psychologist Author and researcher.

Questa frase di Alice Miller rompe un po di compostezza clinica. Non mi serve citarla per stupire ma perché ricorda che la negazione non è un errore di memoria è una postura morale ereditata. Non è colpa del singolo ma è responsabilità clinica guardare con onestà cosa succede quando si ignora.

Quando la frase diventa una risorsa terapeutica

Paradossalmente la stessa frase può essere linizio di una cura. Se detta in un contesto che non accusa può diventare una porta. La trasformazione non è vedere ricordi in technicolor ma apprendere nuove forme di racconto di sé. Imparare a nominare sensazioni finora non dette. Fare questo non è una resa ma una riappropriazione lenta e spesso ambigua.

La pazienza come metodo

Non dico che la terapia sia facile. Dico che richiede tempo e una diversa grammatica dellattenzione. Alcune persone non vogliono recuperare ricordi ma vogliono smettere di farsi male nei modi consolidati. Altre cercano spiegazioni. Il mio compito è offrire strumenti di senso non soluzioni magiche. Alcune cose restano aperte e va bene così.

Osservazioni pratiche e non banali

In molti anni ho visto che chi reprime spesso sviluppa due abilità sorprendenti. La prima è una straordinaria capacità di lettura sociale che permette di evitare conflitti. La seconda è una fragilità emotiva che si attiva quando la persona si sente davvero vista. Entrambe sono costose. La prima mantiene la persona viva nel mondo esterno. La seconda la rende vulnerabile nei rapporti profondi. Dire non ricordo nulla è spesso una scelta strategica tra queste due posizioni.

Una posizione non neutrale

Non credo che dobbiamo normalizzare o patologizzare indiscriminatamente. Credo invece che sia urgente smettere di raccontare storie semplici su storie complesse. Lavorare con chi pronuncia quella frase significa riconoscere la dignità del silenzio e insieme la possibile ingiustizia che quel silenzio perpetua nella vita della persona.

Alla fine laspetto che più mi interessa non è la memoria in sé ma la libertà di scegliere come raccontare la propria vicenda. Alcune persone decideranno di non scavare. Altre lo faranno. Il mio ruolo è non imporre una strada ma offrire compagnia competente e qualche opinione scomoda quando serve.

Conclusione

La frase tipica di chi reprime traumi infantili non è uno slogan terapeutico ma un segnale. Non è univoca né totalizzante. È una traccia. Se la riconosci non precipitarti a interpretarla ma non ignorarla. La verità non sta nel ricordo perfetto ma nella possibilità di scegliere una vita meno governata da vecchie omissioni.

Tabella riassuntiva

Frase tipica. Indicazione clinica. Come rispondere. Non ricordo nulla di importante della mia infanzia. Segnale di repressione emotiva e strategia di sopravvivenza. Risposta empatica e curiosa non inquisitoria. Non è una diagnosi. Funzionamento esterno può essere alto ma emozioni interne compresse. Offrire spazio sicuro e tempo per nuove narrazioni. Trasformazione possibile ma lenta. Reinventare la propria storia senza obbligare la riesumazione dei ricordi.

FAQ

Che cosa significa davvero quando qualcuno dice non ricordo nulla della mia infanzia. Spesso significa che la persona ha scelto inconsciamente di non tenere a portata di mano ricordi o emozioni troppo dolorose. È una strategia che ha funzionato per proteggere il bambino interno ma che può limitare la capacità di sentire e rapportarsi in età adulta.

La persona che dice quella frase ha per forza subito abusi. Non necessariamente. Alcuni traumi sono grandi altri sono ripetuti e apparentemente piccoli. Ciò che conta non è tanto la dimensione esterna dellevento ma come quelcontenuto è stato gestito e se cè stato un testimone che ha riconosciuto il dolore.

Conviene insistere perché la persona ricordi. Insistere per estrarre ricordi può essere dannoso. Meglio costruire fiducia e dare spazio. La terapia funziona con la gradualità e con il rispetto dei tempi soggettivi.

Se io o una persona cara pronunciassimo quella frase come comportarsi. Ascoltare senza giudicare. Evitare spiegazioni affrettate. Proporre compagnia e, se la persona è disponibile, supporto professionale senza farne unaccusa. Ricordare che la trasformazione è una scelta e non un obbligo.

Ci sono segnali comportamentali che accompagnano la repressione. Sì. Distanza emotiva nelle relazioni intimità problematica ipercontrollo apparenze esterne molto curate e difficoltà a nominare emozioni. Ma questi segnali non sono prova definitiva solo indizi utili per una conversazione rispettosa.

La verità è che molte storie rimangono a metà e alcune persone scelgono di lasciarle così. Questo non è per forza catastrofico. È una delle possibili vie di una vita che resta comunque degna di attenzione.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

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