Perché certe routine rassicurano anche quando sono inefficaci Un paradosso che vale la pena esplorare

C’è qualcosa di profondamente umano nello scegliere la strada più lunga quando basterebbe quella più corta. Non parlo solo di perdere tempo con mille passaggi per piegare una maglietta. Parlo del sollievo che arriva quando ripetiamo lo stesso gesto senza che cambi nulla di sostanziale. In questo articolo provo a spiegare perché certe routine sembrano rassicuranti anche quando sono inefficaci. Non solo dati freddi. Opinioni, osservazioni personali e qualche domanda che lascio aperta.

La sensazione prima della funzione

Spesso descriviamo la routine con termini utilitaristici. Serve per risparmiare tempo. Serve per essere produttivi. Peccato che queste spiegazioni non dicano tutto. La routine crea uno spazio emotivo con qualità proprie. È un piccolo teatro in cui sappiamo già il copione. E questa prevedibilità non ha il compito di portare risultati migliori. Il suo compito è far calare la tensione.

Un esempio banale che non è banale

Immagina di impiegare venti minuti ogni sera a mettere in ordine un cassetto. Quel tempo potrebbe essere usato in modo più efficiente altrove. Eppure quando finisci il gesto ti senti meglio. Non necessariamente più produttivo. Più alleggerito. Come se avessi ricucito un piccolo strappo nel tuo giorno. Questa calma ripetuta diventa una risorsa emotiva. Potrebbe non cambiare la tua carriera ma cambia la qualità di una sera.

Il cervello come macchina che predice e risparmia

La scienza comportamentale ci dice che una parte consistente delle nostre azioni è automatica. Ripetizioni e contesti solidificano percorsi neurali. Questa automaticità è comoda perché toglie il peso della scelta continua. Il meccanismo è noto e utile. Ma non spiega perché accettiamo rituali lunghi o inefficaci. Quella risposta sta nel fatto che la funzione rilassante di una routine non si misura in output misurabili. Si misura nella riduzione dell’ansia anticipatoria.

Dr. Wendy Wood Professor of Psychology and Business University of Southern California. “Habits are learned over time as we repeat an action in the same way. They form mental associations between the context we are in and the response we gave that got a reward. Once you’ve formed that habit it requires no willpower. It runs off without you having to make a decision to do so.”

La citazione sopra non è una decorazione. Spiega come la scienza struttura il terreno su cui germogliano le nostre consolazioni quotidiane. E insieme dice qualcosa di scomodo. La routine non giudica utilità. Riproduce associazioni.

Perché tolleriamo l’inefficienza

Per prima cosa la tolleranza non è un bug. È una strategia evolutiva. Ridurre la variabilità del mondo interno costa meno energia che correggere ogni minima discrepanza. In secondo luogo molte routine inefficienti hanno un ritorno emotivo immediato. Il tempo speso non è vuoto. È un investimento in stabilità. Un terzo elemento è sociale. Certi rituali fungono da segnali. Anche quando la ricompensa pratica è marginale, la funzione comunicativa può essere alta. Fare una telefonata pro forma a un parente anziano ha valore simbolico che sfugge alla sola metrica dell’efficienza.

Quando la calma diventa gabbia

La mia opinione è chiara e non troppo gentile. Non tutte le routine che ci fanno sentire meglio vanno lasciate intatte. Alcune sono scudi contro l’imbarazzo di cambiare. Altre diventano pigrizia rituale. Il problema è che la distinzione non è sempre visibile dall’interno. Spesso serve uno sguardo esterno o un esperimento deliberato per capire se una routine protegge la crescita o la soffoca.

La scelta tra confort e progresso non è binaria

Non amo le false dicotomie. Non è detto che dovremo abbandonare tutte le abitudini che non massimizzano il risultato. Possiamo tenere gli elementi che funzionano come ancore emotive e cambiare gli altri. Proporrei una regola pratica e poco ortodossa: misura il valore affettivo della routine. Se la risposta è alta tienila. Se è modulare prova a snellirla. Se è solo resistenza allora eliminazione senza rimorso.

Un piccolo esercizio provocatorio

Prova a rinunciare a una routine inefficace per sette giorni e osserva. Non per dimostrarti duro. Per vedere che succede. A volte non succede nulla di significativo. A volte si apre uno spazio nuovo. E a volte scopri che la routine era la tua forma preferita di gentilezza verso te stesso. Tutte e tre le risposte sono valide. Nessuna va scartata a priori.

Una verità pratica che quasi nessuno racconta

Le routine inefficaci sopravvivono perché spesso sono più facili da comunicare di un bisogno emotivo. Dire voglio mettere ordine perché ho paura di cambiare è scomodo. Dire invece che hai bisogno di venti minuti per mettere a posto il tavolo è accettabile. La ritualità diventa quindi una forma di linguaggio indiretto. È una specie di cortese menzogna che ci raccontiamo e che a volte ci salva dall’esposizione sociale. Non tutto ciò che è inutile è inutile alla nostra vita sociale.

Conclusione aperta

Rimane un pezzo che non ho risolto e non intendo risolvere qui. Le nostre abitudini raccontano la storia di noi stessi in modi che le metriche non possono catturare. Smettere di difendere la sola efficienza apre il rischio di sentimentalismi sterili. Restare prigionieri della sola calma rischia di anestetizzarci. La via che propongo è grezza e pratica. Ricondurre la routine al suo valore affettivo prima che a quello strumentale. Ogni tanto fare la prova del sette. E non aver paura di cambiare una pratica che ti stanca l’anima anche se ti rassicura la mano.

Tabella riassuntiva delle idee chiave

Idea Perché conta Cosa fare
Routine come conforto Riduce l’ansia anticipatoria e la fatica decisionale Valuta il valore emotivo prima dell’efficienza
Inefficienza tollerata Restituisce senso e funzione sociale Non eliminare automaticamente. Testare per una settimana
Automatismo neurale Le abitudini richiedono contesto per attivarsi Modifica i contesti se vuoi cambiare il gesto
Rituale come linguaggio Comunica bisogni in modo indiretto Porta consapevolezza sulla funzione sociale del gesto

FAQ

Le routine inefficaci sono sempre negative?

No. Molte routine che non sembrano produttive svolgono un ruolo emotivo importante. Possono stabilizzare il tono dell’umore e mantenere relazioni. La domanda utile non è se una routine è perfettamente efficiente ma se sostiene la qualità della vita che desideri.

Come capire se una routine mi protegge o mi limita?

Osserva l’effetto dopo una settimana di assenza. Chiediti se senti sollievo o un senso di vuoto che dura nel tempo. Se la routine ti impedisce costantemente di provare cose nuove allora probabilmente limita. Se invece è una risorsa che puoi trasformare allora protegge.

Serve sempre la consulenza di un esperto per cambiare abitudini?

Non sempre. Molte piccole modifiche possono essere gestite con esperimenti personali. Tuttavia quando una routine è legata a paura profonda o a dinamiche familiari complesse allora un professionista può aiutare a interpretare e ristrutturare quei gesti.

Posso tenere la mia routine e renderla meno inefficiente?

Sì. Spesso è possibile snellire una pratica mantenendone la funzione affettiva. Sostituisci un gesto laborioso con uno simbolicamente equivalente. Mantieni l’ancora emotiva e alleggerisci il carico pratico.

Perché molte persone difendono le loro abitudini anche quando sono dannose?

Perché le abitudini danno un senso di identità e prevedibilità. Abbandonarle significa ridefinire parti di sé. La resistenza nasce dal timore della perdita di sé tanto quanto dalla pigrizia. Questo rende il cambiamento complesso e spesso lento.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2

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