Scienziati scoprono che luso frequente di non lo so può indicare declino cognitivo

Non è una storia da talk show né un titolo di giornale dallo spettro facile. È il tipo di risultato che fa sussultare quando lo leggi la prima volta e poi, strada facendo, ti fa guardare diversamente conversazioni e messaggi. Alcuni ricercatori sostengono che usare spesso la frase non lo so non sia solo distrazione o modestia sociale ma un segnale linguistico rilevante di cambiamenti cognitivi in atto. In questo pezzo provo a mettere ordine fra i fatti, le ipotesi e quello che sento personalmente quando la frase compare troppo spesso nei dialoghi che ascolto.

Un indicatore banale ma insistente

Il punto di partenza è semplice: i linguisti clinici e gli scienziati dei dati hanno cominciato a osservare pattern ricorrenti nella lingua delle persone che, anni dopo, hanno sviluppato disturbi neurodegenerativi. Non si tratta di una parola scientifica o di un neuroscopio; si tratta di intere sequenze conversazionali dove compaiono pause, riempitivi e risposte evasive come non lo so. Una ricerca recente ha messo in luce che le risposte instabili e il ricorso ripetuto a formule di incertezza possono funzionare da biomarcatori comportamentali a scala popolazionale.

Perché una frase così comune dovrebbe preoccuparci

La lingua è un organo sociale e cognitivo. Quando il cervello fatica a recuperare informazioni o a mantenere la coerenza discorsiva, la comunicazione cambia. Questo non significa che chi dice non lo so una volta sia in pericolo. Significa però che un pattern sistematico nel tempo merita attenzione. Il salto mentale che alcuni autori fanno è trasformare questa osservazione in un possibile strumento di screening: registrare e analizzare la frequenza di risposte incerte in questionari o in conversazioni naturali per definire profili di rischio.

Quel che dicono gli esperti

“Lavorare con grandi serie storiche di persone ci permette di cogliere microcambiamenti nel linguaggio prima che emergano sintomi clinici evidenti.” Rhoda Au direttrice di neuropsicologia Framingham Heart Study Boston University.

È una frase che dà senso al metodo e ai limiti: lidea non è sostituire il clinico ma offrire un avviso precoce, un campanello. E non è un campo nuovo: gli studi su pause, riempitivi e parole funzionali hanno dimostrato da tempo che il linguaggio è sensibile nelle fasi prodromiche dei disturbi cognitivi.

“Potrebbe davvero segnalare che conviene fare un esame più completo.” Ajay Royyuru vicepresidente healthcare IBM Research.

La scienza dietro la frase

Progetti recenti hanno analizzato sia testi scritti che campioni di parlato. Alcuni team hanno lavorato su dataset storici estesi mentre altri utilizzano approcci multimodali che combinano audio e testo. Lidea comune è cercare segnali robusti e interpretabili: non solo meramente statistici ma qualcosa che si possa leggere e discutere in clinica. Per esempio, risposte come non lo so possono correlare con diminuita ricchezza lessicale, aumento di ripetizioni e semplificazione sintattica.

Osservazioni personali e implicazioni sociali

Non posso fare a meno di pensare alle conversazioni familiari. Lho notato più volte: un anziano che un tempo raccontava aneddoti vividi ora tende a scusarsi, a chiamare tempo, a rispondere spesso con non lo so. A volte è frutto di umore o stanchezza. Altre volte è un indicatore più strutturale. La differenza la danno il contesto e la frequenza. Io credo che la sensibilità alla parola debba essere accompagnata da buon senso e umanità: nessuna macchina o algoritmo ha il diritto di trasformare un gesto quotidiano in stigmatizzazione.

Vedo anche un rischio pratico. La tecnologia che traccia riflessioni e risposte potrebbe essere usata senza consenso esplicito. E se il segnale linguistico venisse monetizzato o impiegato per decisioni assicurative o lavorative? Quella che oggi suona come innovazione potrebbe diventare una leva di discriminazione. Non esagero. I dati linguistici sono comportamentali e sensibili.

Non tutto è ancora chiaro

Rimane molto da capire. Quale frequenza di non lo so è rilevante? Quanto conta listruzione, la cultura o lidioma locale? Quanto incide la presenza di ansia o depressione? Molte ricerche indicano che non esiste un singolo marcatore definitivo ma una combinazione di segnali. Ecco perché alcuni team prediligono modelli interpretabili piuttosto che scatole nere: vogliono che ogni elemento linguistico abbia un senso clinico riconoscibile.

Un esempio pratico senza panico

Immaginiamo un’app che monitora le risposte a un questionario domiciliare e nota un incremento di risposte non lo so. Non è una condanna. È un promemoria: potrebbe suggerire un controllo più approfondito con un professionista. Il problema è come si comunica questo avviso. Io sostengo la trasparenza. Chi riceve un messaggio del genere deve capire cosa significa e cosa non significa. È un invito allosservazione, non una diagnosi.

Limiti metodologici che pochi raccontano

Molti studi utilizzano dataset non perfettamente rappresentativi. Alcuni si basano su popolazioni anglofone o su campioni storici. Questo solleva la questione dellapplicabilità ai contesti italiani, urbani o rurali. È plausibile che la propensione a dire non lo so cambi per norme culturali. Per questo ogni applicazione clinica richiederà tarature locali e studi replicativi.

La mia posizione

Sono convinto che il linguaggio debba far parte della cassetta degli attrezzi per la valutazione cognitiva. Non perché sia magico ma perché è economico e ecologico: si raccoglie mentre si vive. Però affermo con forza che non deve diventare pretesto per profilazioni ingiuste. Sostengo studi trasparenti, replicati e con supervisione clinica. Sostengo anche che la comunità scientifica comunichi i risultati con cura, evitando titoli che urlano scoperta definitiva quando il dato è probabilistico.

Conclusione aperta

Non lo so come finirà questa storia. Potrebbe diventare un contributo utile allidentificazione precoce o restare un interessante spunto sperimentale. Intanto la prossima volta che senti o pronunci non lo so prova a notare il contesto. Chiediti se è un modo per comprare tempo o se è il sintomo di una fatica che merita attenzione. Il linguaggio racconta molto. Sta a noi ascoltarlo giusto.

Tabella riassuntiva

Idea chiave Cosa significa
Uso frequente di non lo so Può segnalare difficoltà nel recupero della memoria o nella coesione discorsiva.
Non è diagnostico È un indicatore che richiede integrazione con altri dati clinici.
Contestualità culturale La frequenza e il significato della frase variano con la lingua e la cultura.
Rischi etici Possibile uso improprio dei dati linguistici per discriminazioni.

FAQ

1 Che cosa significa esattamente se qualcuno usa spesso non lo so

Significa che la persona ricorre frequentemente a una formula di incertezza. Questo può essere dovuto a molte ragioni tra cui stanchezza attuale, ansia, stile comunicativo oppure a un cambiamento cognitivo emergente. La ripetizione sistematica nel tempo è ciò che preoccupa i ricercatori perché può riflettere difficoltà nel reperire parole, mantenere il filo del discorso o organizzare le idee.

2 Posso usare questo indicatore da solo per trarre conclusioni

No. Gli scienziati sottolineano che non si tratta di una prova singola. È un segnale che deve essere interpretato insieme ad altri elementi come il cambiamento nel vocabolario, le pause nel parlato, il comportamento funzionale quotidiano e le valutazioni cliniche formali. Usare la frase isolata per giudicare una persona sarebbe irresponsabile.

3 Gli studi su questa tematica valgono anche in Italia

Molte ricerche provengono da popolazioni anglofone o dataset storici. La generalizzazione allItalia non è automatica. La pagina culturale e il contesto comunicativo contano. Per applicazioni locali servono studi replicativi su popolazioni italiane e adeguamenti metodologici.

4 Che ruolo hanno le tecnologie nel monitorare questi segnali

Le tecnologie possono aiutare a raccogliere e analizzare grandi quantità di dati linguistici in modo non invasivo. Tuttavia è essenziale che siano trasparenti, spiegabili e regolamentate. Esiste il rischio di scegliere modelli opachi o di usare dati per scopi non dichiarati. La buona pratica include consenso informato e controlli etici.

5 È utile prestare attenzione a questo elemento nelle conversazioni familiari

Sì ma con equilibrio. Notare un cambiamento nel linguaggio di una persona cara può essere un motivo valido per parlarne con delicatezza e, se opportuno, suggerire una valutazione più completa. Il mio consiglio di lettura è usare lapproccio osservativo senza trasformarsi in investigatori ossessivi: ascoltare, annotare e poi discutere con professionisti se il pattern persiste.

6 Quali sono i limiti etici nel raccogliere dati del linguaggio

I limiti principali riguardano il consenso, la privacy e luso dei dati. La raccolta passiva di conversazioni può violare la dignità e la riservatezza. Inoltre linterpretazione dei segnali può portare a stigmatizzazione. Norme chiare e pratiche di protezione dei dati sono imprescindibili.

7 Ci sono alternative alla frase non lo so come marcatore

Sì. I ricercatori considerano anche pause, riempitivi come ehm o uh, perdita di ricchezza lessicale, ripetizioni e semplificazioni del discorso. Lidea è costruire un profilo multifattoriale piuttosto che puntare tutto su un singolo marcatore.

Fonti principali e articoli di riferimento disponibili per approfondire includono studi recenti su indicatori linguistici di declino cognitivo e ricerche su risposte di incertezza come possibili biomarcatori comportamentali.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

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